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La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. 

Il 10 dicembre 1948 l’Assemblea generale delle Nazioni unite adotta La Dichiarazione Universale  dei Diritti Umani. Il principio guida che porterà le Nazioni unite a varare e a adottare il documento è quello di riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’Uomo, nella dignità e nel valore della “persona”. La dichiarazione comprende un preambolo e trenta articoli riguardo i diritti individuali, civili, politici, economici, sociali, religiosi e culturali di ogni individuo. È il primo documento storico a sancire universalmente i diritti di ogni essere umano. 

Il preambolo esplicita l’intenti e gli scopi alla base della Dichiarazione; i primi due articoli riguardano i concetti di libertà ed eguaglianza validi universalmente; gli articoli compresi tra il terzo e l’undicesimo riguardano diversi diritti individuali, mentre dal dodicesimo al diciassettesimo i diritti elencati sono quelli degli individui nei confronti delle comunità d’appartenenza. Valore fondamentale hanno i principi esposti dal diciottesimo articolo al ventunesimo, principi che riguardano la libertà di pensiero, di opinione, di fede religiosa e di coscienza, di parola e di associazione. Questi punti in fondamentale sono stati evidentemente influenzati dalle tragedie commesse e subite dall’umanità, protagoniste dei due conflitti mondiali, nei confronti delle quali la Dichiarazione si pone come il primo documento universale di tutela e supporto nei confronti di qualunque essere umano. Gli articoli compresi tra il ventiduesimo ed il ventisettesimo trattato i diritti economici, sociali e culturali. Gli articoli conclusivi specificano che nessuno dei diritti precedentemente elencati potrà essere usato o impugnato contro la Dichiarazione stessa. 

La storia attraverso cui i Diritti Umani sono giunti al proprio riconoscimento da parte delle Nazioni Unite affonda le sue radici secoli e secoli prima.

Per la stesura della Dichiarazione le Nazioni Unite fecero riferimento ad una serie di fonti antecedenti, la Bill of Rights e la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino stesa nel 1789 in Francia, i Quattordici punti redatti dal presidente americano Wilson nel 1918 ed i Pilastri delle Quattro libertà enunciati da Roosevelt nella Carta Atlantica del 1941. Altri documenti, nel corso della storia, avevano esposto l’esigenza del riconoscimento di diritti che non dipendessero dalla nazionalità, dalla religione, dal genere, o da qualunque altra caratteristica individuale, ma che fossero universali, cioè validi per ogni essere umano. Ne è un esempio il saggio di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene, testo del 1764 nel quale l’illuminista italiano, nell’ambito dell’analisi del rapporto tra il delitto e la pena, esprime l’esigenza dell’abolizione della pena di morte, interpretata come delitto effettuato dallo Stato nei confronti dell’individuo. La storia del riconoscimento dei Diritti Umani vede un continuo confronto tra quelle che nell’antichità greca venivano definite le “leggi della natura” e quelle dello stato.

Questa è una parola chiave nell’ambito del dibattito sui Diritti umani, Stato, parola che riguarda sia il riconoscimento di tali diritti, che la garanzia che questi vengano effettivamente rispettati. Norberto Bobbio, filosofo italiano del Novecento, ha definito i Diritti umani, diritti “storici”, nell’ambito della discussione sull’appartenenza dei diritti umani alla categoria dei diritti naturali o positivi. Un diritto naturale è un diritto che si acquisisce alla nascita, indipendentemente dalla nazionalità, dalla religione, o da qualsiasi altra caratteristica. Un diritto positivo, al contrario, è un diritto solo in quanto è stato riconosciuto, organizzato, e legittimato dallo stato. Secondo Bobbio i Diritti Umani, sono storici in quanto sono sì naturali, cioè riguardano ogni essere umano, ma allo stesso tempo se non vengono riconosciuti dallo Stato, non vengono rispettati e dunque perdono la loro efficacia.

Questo è un punto centrale riguardo la natura ed il rispetto dei Diritti Umani, quello che riguarda il loro riconoscimento. La Dichiarazione venne varata da un’assemblea formata da cinquantotto paesi. Quarantotto paesi votarono a favore del documento, otto paesi si astennero, due paesi non parteciparono al voto. Nessun paese votò contro. Il dovere degli stati di rispettare la Dichiarazione è connesso alla loro appartenenza alle Nazioni Unite, e si tratta comunque di un dovere etico, non giuridico. La creazione della Dichiarazione generò un importante dibattito. Gli stati che si astennero dal voto avevano motivi “personali” per non approvare alcuni o numerosi punti della Dichiarazione. In più bisogna considerare il già citato rapporto dell’applicazione dei diritti con la realtà dello Stato. Ad esempio, gli articoli 19 e 20 della Dichiarazione riguardano la libertà di parola, riunione, associazione e stampa, libertà che può essere riconosciuta da uno stato che al contempo, può veicolarla tramite il controllo e il monopolio delle agenzie di divulgazione delle informazioni, delle testate giornalistiche, dei media ecc. Durante il dibattito dell’Assemblea l’Unione Sovietica si mostrò contraria proprio ai diritti diciannove e venti. Effettivamente nel sistema sovietico del 1945 la libertà di stampa e d’espressione era prevista solo in conformità agli interessi dei lavoratori e del sistema stesso.

Uno degli articoli più dibattuti e di difficile applicazione fu, ed è ancora oggi, il diciottesimo, che pone il principio della libertà di culto. Durante l’assemblea delle Nazioni Unite, il mondo arabo e mussulmano era stato rappresentato ben poco, pochi dei pesi arabo-musulmani si opposero alla dichiarazione e furono, e sono ancora oggi, molti gli intellettuali arabi a prendere spunto dall’assemblea per lo sviluppo di un Islam aperto al dialogo con le altre culture e credi religiosi. Tuttavia, le caratteristiche di molti paesi e stati nel mondo, non solo quello arabo, hanno portato a diverse difficoltà nell’ambito dell’applicazione dell’articolo diciotto. Difficoltà che, spesso se non sempre, vedono la contraddittorietà di diritti che seppur definiti “universali” vedono la loro applicazione relativa alle forme di potere dei diversi Stati.

Oltre ai problemi legati alle differenti definizioni di diritto e di legge di molti stati partecipanti all’Assemblea, anche i concetti etici relativi alle relazioni sociali e politiche misero in evidenza il carattere contradditorio della Dichiarazione, o meglio della sua difficile applicazione. Diversi intellettuali del secolo definirono per queste ragioni la Dichiarazione come un documento “eurocentrico”, basata su principi e valori strettamente connessi alla cultura europea. Inoltre, alcuni filosofi hanno visto della Dichiarazione il pericolo della creazione di un nuovo “credo dei diritti umani” che avrebbe giustificato interventi militari finalizzati alla mondializzazione a discapito della sovranità dei popoli e delle nazioni.

Nonostante le criticità e i dibattiti la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani si è rivelata la linea guida dei rapporti internazionali sul rispetto della persona, definita dal primo articolo, libera e uguale. Nel 2000 l’Unione Europea ha proclamato la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, confluita nel 2009 nella Costituzione Europea, entrambi i documenti risultano estremamente influenzati dalla Dichiarazione del 1945.

I Principi della Dichiarazione, che si basano principalmente sul concetto di uguaglianza, dignità, libertà di espressione e di culto, e non in ultimo, libertà dalla paura, sono purtroppo tutt’oggi riconosciuti in molti paesi ma non rispettati non solo in una parte ristretta del mondo, ma in molte. Se si guarda all’evoluzione e ai diritti che l’uomo ha guadagnato, per esempio nel campo del lavoro, si potrà notare come secoli di lotte e piccole conquiste non abbiano portato ad oggi ad un reale riconoscimento universale dei diritti dei lavoratori. Il riconoscimento di tali diritti incontra ancora oggi forti ostacoli, spesso frutto di un mancato controllo sull’esercizio del potere. Il diritto umano, definito storico da Bobbio, nasce dalla divulgazione di nuove idee, viene portato avanti da gruppi di minoranze che possono certo trasformarsi in gruppi più ampi ma che ancora da soli non possono rendere quel diritto efficacie e riconosciuto. Solo l’intervento dello Stato, come abbiamo visto, può garantire il riconoscimento e l’applicazione indiscriminata del diritto umano. 

Alcuni pensatori del nostro secolo hanno giustamente notato come il riconoscimento di tali diritti spesso ne metta in ombra il loro carattere naturale. Come le circostanze storiche, ambientali e territoriali ne relativizzino il valore, fino alla perdita del carattere di universalità.

Il lavoro dell’Assemblea delle Nazioni Unite si basò proprio su questo punto, all’inizio l’assemblea mise insieme più di cinquecento diritti differenti, si arrivò ad approvarne trenta nel tentativo di definirne un’universalità assoluta, tramite i principi di sintesi e di chiarezza. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani rimane oggi i un documento “semplice”, accessibile, a dimostrazione del suo carattere anti-elitario; un documento conosciuto da tutto il mondo, ma non ancora del tutto rispettato, in tutto il mondo.

Francesca Salmeri

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